22 APRILE 1927: IL FASCISMO PROCESSA E CONDANNA IL SOCIALISTA ZANIBONI E IL MASSONE CAPELLO
Aprile 28, 2007 di massoneria
| 22 aprile 1927: il Tribunale speciale per la difesa dello Stato condanna a trenta anni di reclusione il socialista Tito Zaniboni e il massone Luigi Capello per avere attentato alla vita di Benito Mussolini: “In nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e volontà della nazione Re d’Italia, il Tribunale speciale per la difesa dello Stato istituito ai sensi dell’art. 7 legge 25 novembre 1926 n. 2008, composto dai signori (omissis) ha pronunciato la seguente sentenza nella causa contro Zaniboni Tito e Capello Luigi, generale d’Armata nella riserva. Capi d’imputazione: Zaniboni Tito: a) dei delitti di cui all’art. 134 n. 2 - 136 e 120 del Codice penale per avere in Roma il 4 novembre 1925, dopo essersene con altri anche in luoghi diversi e in precedenza concertato e stabilito la consumazione con determinati mezzi - propaganda sediziosa contro il governo, raccolta di denaro, preparazione di squadra d’azione, uccisione del presidente del Consiglio e provvisoria istituzione di una dittatura militare - commesso un fatto diretto a far sorgere in armi gli abitanti del Regno contro i poteri dello Stato mediante attentato alla vita di Sua Eccellenza Benito Mussolini; b) dei delitti di cui agli art. 364, 365, 366 n. 2 e 5, 139 del Codice penale per avere in Roma il 4 novembre 1925, per facilitare e consumare il reato di cui alla lettera precedente, e con premeditazione a fine di uccidere Sua Eccellenza il presidente del Consiglio dei ministri onorevole Benito Mussolini, a causa delle sue funzioni, cominciato con mezzi idonei, la esecuzione del delitto apprestandosi a colpirlo con un fucile di precisione, da una finestra dell’albergo Dragoni, nell’atto in cui si sarebbe affacciato al poggiolo, del vicino Palazzo Chigi, per assistere al corteo della Vittoria, senza riuscire però a compiere tutto ciò che era necessario alla consumazione dell’omicidio, per circostanza indipendenti della sua volontà, essendo stato sorpreso e fermato da ufficiali ed agenti della polizia giudiziaria; c) dei delitti di cui all’art. 464 modificato del Codice penale 2 Regio decreto 30 dicembre 1923 e n. 3279 tab. A Tit. IV, allegati I e 5 Regio decreto agosto 1919 n. 1360 per aver portato abusivamente nelle circostanze di tempo e di luogo sopra indicate, un fucile Stayer non denunciato. Capello Luigi: del delitto di cui all’art. 64 del Codice penale per avere, nelle dette circostanze di tempo e di luogo, rafforzato nello Zaniboni la risoluzione di commettere i due delitti a lui sopra imputati; e anche del delitto di cui all’art. 64 n. 2 e 3 del Codice penale per aver inoltre procurato il mezzo di eseguire i delitti e prestato assistenza ed aiuto prima e durante i fatti, e cioè nel procurare l’arma, col somministrare denaro, col trovarsi a Roma al momento dell’esecuzione, con la preparazione di squadre d’azione. Per questi motivi, il Tribunale letti gli art. (omissis) decide nel modo seguente: dichiara Zaniboni Tito colpevole dei reati d’insurrezione contro i poteri dello Stato, di tentato omicidio qualificato e di porto abusivo di fucile non denunciato e come tale lo condanna complessivamente a trenta anni di reclusione, a tre anni di vigilanza speciale della Pubblica sicurezza, alla interdizione perpetua dai pubblici uffici, a lire 360 di tassa fissa sulle concessioni governative e ad ogni altra conseguenza di legge. Dichiara Capello Luigi colpevole di complicità necessaria nei reati d’insurrezione e di tentato omicidio qualificato ascritti allo Zaniboni e come tale lo condanna complessivamente a trenta anni di reclusione, a tre anni di vigilanza speciale della Pubblica sicurezza ed alla interdizione perpetua dai pubblici uffici, nonché ad ogni altra conseguenza di legge”. Questa è la sentenza del Tribunale speciale che ha condannato l’onorevole Tito Zaniboni, ex parlamentare del Partito socialista riformista, e il generale Luigi Capello, alto dignitario della massoneria di Palazzo Giustiniani, per un tentato attentato a Benito Mussolini. Mussolini ha cercato di chiudere definitivamente il conto con due forze politiche (socialismo riformista e massoneria) che lo avevano sempre spietatamente combattuto. E’ un fatto ormai incontestabile che durante il fascismo, la storia e le attività del socialismo e della massoneria si sono intrecciate saldamente ed hanno agito di pari passo, pagando grossi prezzi. Il processo contro l’onorevole Zaniboni e il generale Capello ne è la riprova tanto che a sentenza avvenuta la “Lega per i diritti dell’uomo” si è rivolta con il comunicato che di seguito pubblichiamo alla opinione pubblica internazionale: “In considerazione del fatto che il generale Capello e il deputato Zaniboni sono stati condannati a trenta anni di carcere da una Corte di giustizia di ufficiali fascisti, trascurando ogni principio di diritto; in considerazione soprattutto che non fu adottata nemmeno una parvenza di prove, nemmeno un indizio circa la partecipazione del generale Capello all’attentato; in considerazione del fatto che fu Mussolini stesso, inscenando questo comico finto attentato, tramite la spia Quaglia, a compromettere il Partito socialista e la massoneria; la Lega dei diritti dell’uomo protesta nel modo più energico contro questa nuova infamia recata al diritto e alla coscienza del mondo”. Ma perché il processo Zaniboni-Capello si è svolto come se al banco degli imputati ci fosse il Partito socialista unitario e la massoneria, Quali erano gli obiettivi che Benito Mussolini voleva raggiungere al più presto? Ma perché soprattutto tanto accanimento verso il generale Capello? E’ stata chiaramente una vendetta personale di Benito Mussolini. Il generale Capello si era scavato la fossa il giorno in cui, col diritto del cittadino, aveva preso posizione sul caso Matteotti. Con lui però si volle colpire tutta la massoneria per poter finalmente schiacciare il “serpente verde”. Il 5 novembre del 1925, l’Agenzia Stefani pubblicò quel comunicato diventato famoso in cui riferì che all’hotel Dragoni, posto vicino al ministero degli Esteri, era stato arrestato il deputato dell’opposizione Zaniboni, nel momento in cui aveva già preparato tutto per l’esecuzione di un attentato criminoso. E più avanti si leggeva: “in relazione agli accertamenti immediatamente successivi, fu arrestato il generale a riposo Luigi Capello, mentre era in procinto di partire per l’estero. Il ministro degli Interni Federzoni, ha ordinato la immediata occupazione militare di tutte le logge massoniche alle dipendenze del Grande Oriente. Anche altri esponenti del Grande Fratello d’Italia sono coinvolti in una congiura”. L’arresto del generale era avvenuto in seguito dell’incriminazione di un giornalista di nome Quaglia. Appena si seppe che questi era implicato nell’affare, si ebbe una sola idea, che si trattasse di una questione precedentemente ordinata da un agente provocatore. Il Gran Maestro della massoneria Torrigiani non fu interrogato, ma nelle sedi massoniche occupate e precisamente a Roma, fu cercato materiale. Documenti ed oggetti rituali furono sequestrati. Molti massoni furono arrestati e se erano pubblici impiegati immediatamente sospesi da ogni incarico. A Roma e in molte città d’Italia furono occupate e distrutte Logge massoniche. Sotto l’impressione di tutti questi avvenimenti, al Senato fu approvata la legge contro le “Società Segrete”. Gli interrogatori durarono ben diciotto mesi. E il problema non era tanto l’attentatore Tito Zaniboni, che si era confessato “colpevole” dell’attentato, ma di poter estendere la colpa anche al generale Capello. Il processo fu messo in ruolo e più volte rimandato. Il presidente del Tribunale speciale, generale Sanna, si dimise, perchè convinto della innocenza di Capello, anche perchè in nessuna Loggia vennero trovati documenti a carico. Finalmente nella primavera del 1927, Capello poté comparire davanti ai giudici. Il testo di accusa contro il generale e contro Zaniboni si basava totalmente sulle dichiarazioni dell’agente provocatore Quaglia, la cui comparsa nell’aula del Tribunale fece una pessima impressione. Zaniboni, che si era dichiarato colpevole di aver avuto veramente l’intenzione di sparare a Mussolini, dichiarò con la massima risolutezza che Capello non aveva assolutamente a che fare con il suo progetto e che lui solo era responsabile del piano. Ma inutili furono tutte le contestazioni all’accusa, fornite dalla difesa. La sentenza fu terribile, sia a Zaniboni che a Capello furono assegnati 30 anni di carcere aggravati da segregazione per i primi otto. I giornali esteri presero posizione netta e coraggiosa contro la sentenza che definirono come “omicidio legale”. Ma era stata appena diffusa la sentenza contro Zaniboni e Capello, quando un’auto della Polizia segreta di Mussolini si presentò all’alba, davanti alla casa dove da tempo il Gran Maestro della massoneria aveva la sua dimora; fu arrestato, portato al carcere romano di Regina Coeli. Due ore più tardi, senza alcun dibattito, la Commissione per il confino “a seguito di agitazioni contro il regime e lo Stato”, lo esiliò per cinque anni in una delle allora deserte isole delle Lipari. Ma perchè tanto accanimento contro il generale Capello e contro la massoneria? Perchè Mussolini voleva la massima pubblicità attorno a questo processo. Quali i motivi, ma soprattutto gli obiettivi? E gli obiettivi balzano velocemente ed evidentemente agli occhi: il fascismo doveva crearsi grandi benemerenze nei riguardi della Chiesa cattolica per poter approdare al più presto ad un accordo politico per consolidare definitivamente la sua dittatura in Italia e godere di prestigio all’estero, sfruttando il prestigio e la potenza della Chiesa. Era necessario quindi per il fascismo ottenere al più presto un “patto” con la Chiesa e la massoneria doveva ancora una volta essere la vittima offerta dal fascismo, ma anche richiesta dalla Chiesa cattolica. Giustamente Eugenio Chiesa scriveva nel 1928 - l’anno successivo al processo - denunciando le violenze fasciste contro la massoneria: “Il fascismo sta per dare l’Italia in balia delle congregazioni religiose, le scuole alle confraternite, il diritto civile alla supremazia del diritto canonico, i beni diventati proprietà dello Stato alla mano morta della Chiesa cattolica”. Il fascismo stava per diventare il “braccio secolare” della Chiesa, e di questa sua funzione gli episodi sarebbero innumerevoli, ma ci soffermeremo su un solo punto: la soppressione della massoneria italiana perseguita con singolare tenacia della parte gesuitica. Se ci fosse consentito di sollevare qualche velo su un colloquio avvenuto fra P. Tacchi - Venturi e Mussolini, verso il capodanno o l’Epifania del 1925, apparirebbe evidente che la soppressione dell’Ordine massonico fosse la premessa alle future intese del fascismo con le alte gerarchie della Chiesa, culminate nella sottoscrizione dei Patti lateranensi. Fatto sta che dopo quel colloquio, la pressione fascista contro la massoneria italiana, prima ancora che una precisa legge dello Stato ne rendesse impossibile la vita, attraverso una interpretazione restrittiva ed arbitraria, diventò spietata. Mi sia permesso concludere con il rammarico che l’onorevole Tito Zaniboni non sia riuscito nella sua “missione”: l’Italia avrebbe chiuso subito il “capitolo fascismo” e la parentesi buia della dittatura sarebbe finita quasi sul nascere. È bastato un provocatore squallido ad impedirlo, a riprova che nella storia a volte anche un solo provocatore squallido ed insignificante viene a giocare un ruolo decisivo nel destino di una nazione e forse dell’intera Umanità. Una lezione da meditare attentamente e da non dimenticare mai. |
Fonte: L’Avanti 13/04/07